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In Sicilia ed in particolare a Leonforte, città feudale, il barone e tutti i suoi predecessori abitando in Palermo ed altrove, erano rappresentati da un Secreto, il quale nominava i quattro giurati, che sovrintendevano all'azienda pubblica, all'annona, all'igiene ed alla edilizia, coadiuvati in tempi posteriori, da un'assemblea, composta delle più qualificale persone chiesastiche e civili la quale si radunava al suono delle campane dell'orologio e votava le tasse, le spese ed i regolamenti. |
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II Segreto nominava pure il capitano di giustizia, il giudice, i fiscali, i due maestri notari ed il sindaco o procuratore del Comune, destinato, con ufficio più conforme al nome, ad esercitare una specie di censura sugli atti dei giurati; se non che, reggendo l'isola il vicerè Giovanni Fogliani (1755 - 1774; e poi Carlo III di Borbone (1734 - 1759) infine il figliuolo Ferdinando III (17691825), l'Università, come allora si diceva ciò che oggi si chiami Municipio, anzicchè dal solo barone, cominciò a dipendere anche dal tribunale del regio patrimonio; finché poi il viceré Domenico Caracciolo (1781 - 1786), privando i baroni dalla nomina dei giurati e mettendo un freno alle loro esorbitanze, preludeva a quel magnanimo fatto, dai baroni spontaneamente compiuto dopo (1813), di rinunziare a tutti i loro diritti signorili, togliendo così, a tutti i comuni feudali dell'isola, ogni soggezione baronale.
Leonforte, sorta nel 1612 nella terra detta dei mulini per la ricchezza di acqua, ebbe in questo periodo uno sviluppo industriale grandissimo, annoverando una conceria di pelli, una fabbrica e tintoria di panni, due gualcherie di panni, ecc.; mentre la popolazione di 6.341 anime, nel 1713, e di 9.032, nel 1760; contandone Catania 25.715 e Castrogiovanni (l’odierna Enna) 9.750.
Il 3 novembre del 1700 moriva re Carlo II senza eredi e l'Europa veniva investita dalla prima guerra di successione.
Luigi XIV di Francia che negli anni 1674-78 aveva occupato Messina e parte della Sicilia orientale otteneva in quell'anno, per un testamento in favore del nipote Filippo di Borbone, l'egemonia su tutto l'impero spagnolo, ma l'imperatore Leopoldo d'Austria impugnò il testamento di re Carlo II di Spagna che avrebbe voluto sui troni di Spagna, di Sicilia, di Napoli e di Sardegna il suo secondogenito, l'arciduca Carlo.
Scoppiò, così, una lunga guerra (1701-1713), combattuta principalmente nelle Fiandre.
Nel 1705, con l'incoronazione ad imperatore di Carlo, con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), la Sicilia veniva assegnata al duca Vittorio Amedeo II di Savoia (suocero di Filippo V), che assurse alla dignità reale.
Il 10 ottobre re Vittorio Amedeo sbarcò a Palermo con un esercito di 6000 uomini, accolto trionfalmente dai Palermitani; il 24 dicembre poi venne incoronato nella Cattedrale di quella città presente popolo, clero e la più alta nobiltà di Sicilia.
La gioia dei Siciliani per la venuta del nuovo re fu grande: dopo quattro secoli essi avevano un re che poneva la sua sede nell'Isola, dando a tutti speranze di migliore avvenire.
Vittorio Amedeo, nel visitare la Sicilia, si recò anche a Leonforte, che ebbe l'onore di ospitare il re, ed in occasione del suo arrivo, nel mese di maggio dell'anno 1714, era tutta in festa.
Il Dott. Testa, in un suo manoscritto, descrive i festeggiamenti : “ Da una porta del paese (detta un tempo « Porta Palermo »), sino al feudo Bozzetta furono eretti diversi archi trionfali, intrecciati con foglie verdi di bosco con varie iscrizioni, che decantavano le virtù del magnanimo Re, Andarono all'incontro i magistrati, la corte capitanale, il Segreto baronale ed il nostro principe Nicolo Placido Branciforti, terzo principe di Leonforte, con tutta la sua cavalleria.
Seguivano il Re il principe Spinola, tesoriere generale, i trombettieri, i due araldi d'arme, i maggiordomi, i due limosinieri, i gentiluomini di camera, i primi scudieri del Re e della Regina. Procedevano le dame di corte, le persone di servizio ed in seguito la cavalleria con 400 soldati e 40 lettighe, tirate da mule che portavano in testa un fiocco d'oro.
All'arrivo del Re in Leonforte,
furono scaricati, in segno di giubilo, tutti i pezzi di artigliera composti di
dieci cannoni, che il principe Nicolo Placido soleva tenere nel bastione del suo
palazzo. Il popolo leonfortese con festevoli grida continuamente acclamava il Re
e la Regina i quali furono alloggiati con tutta la loro real corte nel palazzo
del surriferito principe Branciforti. Nella camera destinata al Re ed alla
Regina, sfarzosamente addobbata, si leggeva la seguente quartina scritta a
grandi caratteri d'oro : “ Dal Taurino emisfero ove dimora / Tra le glorie sue
di raggi adorni / Quivi giunse per far breve soggiorno / L'alpineo sole e la
sua bella aurora “, continuando nella narrazione: “ E chi contemplò allora quel
superbo palazzo del principe Branciforti, tutto illuminato da miriadi di lumi ed
addobbato sfarzosamente sembrò scorgervi una dimora di fate. Ai sontuosi banchetti successero feste splendidissime, dove
brillarono trofei, bandiere, arazzi, bronzi dorati, preziosi quadri e rare
suppellettili. I viveri nella piazza e nelle botteghe erano abbondantissimi,
onde Leonforte si mostrò alla pari di una città doviziosa. Si videro
passeggiare nel nostro corso principale le damigelle della Regina, di nazione
Savoiarda, di bellezze incantevoli, con capelli biondi accomodati alla francese.
Dopo tre giorni di breve dimora il Re Vittorio Amedeo partì, con tutta la sua
real corte e famiglia,
per Messina, accompagnato fino alle porte del paese, da una fiumana di popolo,
che continuamente lo acclamava, e dal nostro principe Nicolò Placido Branciforti
con tutta la sua cavalleria “.
Ma alle liete speranze seguirono grandi delusioni.
Il re nel settembre di quell'anno lasciava l’isola per tornarsene a Nizza, lasciando quale viceré il conte Annibale Maffei.
L'assetto politico derivato dalla pace di Utrecht non durò a lungo. Il Cardinale Giulio Alberoni, primo ministro di Spagna, fece invadere nel 1717 da un grosso esercito la Sardegna.
Incoraggiato dal successo, l'anno seguente si rivolse contro la Sicilia, facendo sbarcare un corpo di spedizione del marchese di Lede.
Il vicerè sabaudo, sorpreso, non ebbe alcuna possibilità di bloccare l'invasione, per cui con le poche forze ai suoi ordini decise di ritirarsi nell'interno, comunicando a tutti i baroni di fornire il servizio militare e di portarsi a Piazza, luogo dell'adunata.
Nessuno obbedì e nel contempo la rivolta antisabauda divampò.
Tutti accolsero gli ordini del marchese di Lede, che aveva assunto la carica di viceré.
Il popolo tornava alla Spagna, dopo la delusione d'aver visto partire il Re dall'Isola e dopo aver visto la posizione subordinata, quasi un asservimento politico, nel quale Vittorio Amedeo aveva posta la Sicilia: alle più alte cariche dello Stato furono chiamati solo piemontesi e savoiardi; nel riordinamento della vita civile, necessario dopo tre secoli di malgoverno spagnolo, il re si dimostrò frettoloso e superficiale, e soprattutto incurante della mentalità isolana.
Il governo piemontese in Sicilia
lasciò un doloroso ricordo nell'animo popolare, sia per l'eccessivo
fiscalismo, che per la reciproca diffidenza tra piemontesi e siciliani, per
la mancanza di tatto nei rapporti con la popolazione e per la restrizione di
libertà già godute.
Ancor oggi i contadini siciliani, davanti alla desolazione e miseria, esclamano: "Pari cci passò casa Savoia! “,e:
Ciànciunu
Regalbutu e Pulimenti.
lu cannizzu non civa a la tramoja.
ppi la fami gastìmanu li genti,
ervi e carduni sunu la sò gioia:
arsi li terri, persi li simenti,
pari ca cci passò casa Savoia!
Senza eresii, campani e sacramenti,
megghiu lu Papa ni dassi a lu boia!
Maffei dovette combattere per avere alloggi e viveri.
Accordatesi Francia, Austria ed Inghilterra sulle sorti della Sicilia, che sarebbe dovuta andare all’Austria, sbarcò in essa un contingente militare, dando vita ad un altro vicereame.
Così la Sicilia aveva contemporaneamente tre viceré: uno sabaudo, uno spagnolo ed uno austriaco, il conte di Mercy.
La Spagna, attaccata da mare e da terra fu costretta a cedere, e, così, nel 1720, firmò il trattato dell'Aja, con il quale la Sicilia venne ceduta all'Austria.
La Spagna però non aveva deposto l'antico desiderio di riconquistare l'isola.
In occasione della guerra di successione polacca, Filippo V di Spagna si alleò con la Francia e col Piemonte e inviò in Italia, nel febbraio 1731. il figlio Carlo di Borbone, cui, secondo il trattato dell'Aia, spettava la successione del ducato di Parma e Piacenza.
Nel maggio 1734. con la battaglia di Bitonto, il principe Carlo conquistava il regno di Napoli: e il 15 maggio 1734, egli diventava Carlo III, re di Napoli e di Sicilia; pertanto si accinse, avendo con sé un esercito al comando del conte di Montemar, alla conquista dell'isola.
La campagna non fu lunga, e il 9 marzo 1735, l'ultimo presidio austriaco si arrendeva a Messina.
Nel 1763, la Sicilia fu colpita da una grave siccità ed i raccolti furono scarsi.
Negli anni a venire la carestia finì, ma ne restarono le conseguenze, e così, nel 1766, cominciarono a comparire i primi briganti che, secondo la voce raccolta dal Pitrè, rubavano e ricattavano i ricchi e i potenti per donare ai poveri e le ragazze prive di dote.
Il famigerato brigante Antonino Di Blasi, detto Testalonga, si diede al brigantaggio perché il bargello gli uccise la madre, trascinandola per terra facendole sbattere la testa, per intimarle lo sfratto a causa del debito nei confronti del principe Branciforti.
Il Testalonga, che aveva assistito alla scena, si vendicò uccidendo il bargello con una pugnalata al petto, dandosi dopo alla latitanza.
Lo stesso bargello del principe Branciforti, che prima era stato picchiato da Antonino Romano di Barrafranca, poiché gli insidiava la moglie, sorella del Di Blasi.
Da quel momento divenne il più temuto e feroce brigante della Sicilia.
In poco tempo messa su una numerosissima banda di delinquenti, e dato loro soldi, cavalli e munizioni, li divise in tre gruppi affidandone il comando di un gruppo al cognato Antonino Romano di Barrafranca; l’altro gruppo a Giuseppe Guarnaccia di Regalbuto, mentre tenne sotto il suo il suo comando il terzo gruppo di banditi, sguinzagliandoli per tutta la Sicilia meridionale.
A questi, poi, si erano unite le bande: l’una di undici persone di Aloe Sciortino, e l’altra del Belitti, di tredici persone.
Le bande, ben disciplinate, con ben distinte zone d’impiego, con poche, ma precise norme di comportamento e d’azione, erano divenute padrone dell’isola.
Applicò la legge del taglione e rilasciò, dietro pagamento, persino dei lasciapassare a chi voleva avventurarsi dentro i suoi confini senza incorrere in pericoli.
A tutti i malcapitati, che incappavano nelle loro mani, più che ucciderli, tagliavano la punta del naso o le orecchie, rispedendoli a casa.
Erano paghi nell’imporre contribuzioni e balzelli alle popolazioni, di estorcere forti somme ai ricchi, di carcerarli se non rispondevano prontamente alle loro richieste, di fare capricciose e demagogiche elargizioni al popolo di ciò che rubavano.
Le tre bande soggette al Testalonga dominarono per molto tempo la Sicilia.
Nel 1766, le strade pubbliche e le campagne erano infestate dai briganti ed i commerci e l’agricoltura languivano.
La strada regia, che da Palermo andava a Catania, nel tratto Caltanissetta, Pietraperzia, Barrafranca, Piazza Armerina, Mirabella Imbaccari, ecc. era praticamente impossibile percorrerla senza il permesso di Testalonga.
Il viceré Fogliani, volendo porre termine al brigantaggio. inviò due compagnie di soldati per dare la caccia ai banditi e, con un bando del 3 luglio, pose sulla testa del Di Blasi, del Romano e del Guarnaccia una taglia di 100 onze per ciascuno di essi che fosse stato catturato vivo o morto. La taglia cominciò a far nascere la diffidenza tra i briganti, temendo ognuno il tradimento del compagno.
A seguito di ciò il Testalonga decise di smembrare la propria banda, agevolando la cattura di essi.
Giovanni Guarnaccia fu catturato nel mese di ottobre nei pressi di Regalbuto e impiccato il 10 novembre a Piazza Marina a Palermo, assieme a tre suoi compagni: Michele D'Aidone, Stefano Santocono e Giovanni D'Amico.
Continuavano però le scorrerie delle bande di Testalonga e di Romano, rafforzate dai compagni superstiti del Guarnaccia; e tutti costoro finirono col raggrupparsi intorno a quella leggendaria figura di masnadiero siciliano che fu il Testalonga.
Molto si è detto sull' indole di questo bandito e sulla originalità delle sue gesta delittuose.
Il Villabianca, che visse in quei tempi, scrisse di lui che, pur essendo un ladro, non fu un sanguinario, curandosi sovente di disarmare chiunque potesse fargli del male e di vendicarsi dei nemici.
Nella sbrigliata fantasia popolare si esagerò in sommo grado quel poco di cavalleresco che esisteva, nella di lui vita criminosa, sicché egli apparve, in prosieguo di tempo, brigante e filantropo, vendicativo e generoso, nemico dei ricchi e dei potenti, protettore dei poveri e dei deboli.
Bastava questo e la potenza cui si era sollevato per mezzo della sua banda, composta di ventidue malandrini, pagata bene e fornita di armi e cavalli, per incutere il terrore in buona parte dell'isola.
Giunse a tale punto il suo fosco prestigio che coloro che non volevano essere molestati dai propri avversari, ricorrevano a lui per protezione ed aiuto, ed egli rilasciava passaporti che costituivano una sicura salvaguardia.
Vivi e frequenti erano i ricorsi che si facevano al Governo perchè fosse ridata la tranquillità alle campagne e la sicurezza ai cittadini ; e fu allora che il Viceré Fogliani, per finirla una volta, destinò, in qualità di Vicario Generale viceregio, il Principe della Trabia Don Giuseppe Lanza con amplissima potestà, un fondo di mille onze e una forza di l2O uomini, distribuita in tre compagnie di Capitani d'armi ed in una compagnia di Dragoni, ed infine un esecutore di giustizia.
Partì egli col suo seguito da Palermo, il 15 dicembre del 1 766, e andò a metter sede nella terra di Mussomeli.
Fu subito promulgato un bando, che corse stampato per tutte le città e terre del Regno, e nel quale si fissava il taglione per ciascun bandito.
La fortuna arrise ben presto all' impresa, poichè molti di codesti ladroni, adescati del premio, tradirono i loro compagni, e, nello spazio di un mese, i nove principali proseliti del Testalonga caddero, a poco per volta, nelle mani della giustizia.
I primi quattro Arcangelo Di Vita, Raimondo Ciaccio. Antonio Vizzini e Stefano Lo Presti, processati con rito sommario, vennero condannati a morte; e, dopo essere stati esercitati nelle sacre meditazioni e nelle preghiere, furono impiccati, a Mussomeli, il 12 Febbraio del 1767.
Le loro teste, inghirlandate e conficcate a lunghe aste, con i cartelli che ne accusavano i nomi, furono, dopo quattro giorni, inviate a Palermo e condotte in giro per quelle strade, allo scopo di dare pubblico e terribile esempio.
Infatti queste sollecite e forti condanne, non meno che le gravi minacce, atterrirono talmente i banditi, che credettero miglior consiglio abbandonare le scorrerie e nascondersi in luogo sicuro.
Il Principe avendo saputo dai suoi confidenti che quei malfattori erano nascosti in una grotte presso Castrogiovanni, e chi li riforniva di viveri, che era un tal Simone Fazio, padrone di una grossa mandria, inviò per una ricognizione il Capitano di Corleone, Don Paolo Marullo, travestito da prete, per raccogliere notizie.
La mattina del 16 un gruppo di uomini, senza nulla far trapelare, lasciò Mussomeli, e la sera del 17 fu a Caltanissetta, ove convennero Don Paolo Marullo, reduce da Castrogiovanni, i Capitani di Cammarata, Serradifalco, Caltanissetta, San Cataldo e la squadra dei barricelli del Principe di Butera.
Alle ore tre della stessa notte, tutto il gruppo fu condotto alla mandria di Simone Fazio, che accerchiò in modo da non fare uscire alcuno.
Uguali precauzioni furono prese nella casa del prete Fazio, fratello del mandriano, nonché nelle case e mandre vicine, sospettando la presenza di fiancheggiatori.
Poi il Ristori, col grosso della compagnia, entrò di sorpresa nella grotta, ma non trovò nulla, e nulla, con minacce e preghiere potè appurare, nè dai fratelli Fazio, nè da altre persone arrestate.
Le speranze si cominciavano a dileguare, quando, verso le ore ventidue, riuscì ad una piccola squadriglia di ritrovare i banditi in una grotta presso il lago della Pergusa.
Avvenne il conflitto; e mentre un soldato veniva ferito, il Testalonga, ferito anch'esso alla mano, potè coi suoi compagni lasciare la grotta e rifugiarsi in una casa vicina, per tentarvi 1'estrema difesa.
Ma già i colpi di fucile avevano richiamato il grosso del gruppo, che accerchiata la casa, dopo cinque ore di vivo fuoco, ottenne la resa dei banditi.
Erano col Testalonga il suo fedele compagno Romano; i due fratelli Lo Presti o Stefano Pino, il trombettiere della compagnia, quello che suonava la rogna (è di figura quasi conica, a guisa di corno, ed è formata da una conchiglia marina forata all’estremità.
Rende un suono triste e si usa dai contadini, in luogo della tromba, per chiamare qualcuno).
Furono presi con tutte le armi, munizioni e barbe finte, ma senza denari: erano anzi poveramente vestiti e quasi affamati.
Sul far del giorno il gruppo e i banditi presero la yia del ritorno.
Dopo breve, sosta a Castrogiovanni e a Caltanissetta, giunsero a Mussomeli il 21 Febbraio.
Lungo il viaggio i popolani, in segno di giubilo incoronavano il Testalonga, con nastri di vario colore e carta indorata.
Fu aperto il procedimento penale contro gli arrestati, e in breve tempo si ebbe la sentenza, che fu di morte per tutti e cinque.
Venne da Palermo un pittore per ritrarre Testalonga che fece affari d'oro, vendendo le copie del ritratto.
Dopo tre giorni, il 7 Marzo 1767, i cinque vennero appesi alla forca, nella stessa piazza, in cui, un mese prima, si era fatta giustizia dei compagni.
Anche le loro teste, infisse su aste di legno, furono portate, alla capitale : si distingueva specialmente quella del Testalonga, perchè sulla tradizionale ghirlanda d'erbe era posta una berretta di panno rosso con galloni d' oro, come segno del tenuto comando.
Questa testa, dopo aver tatto il giro delle vie di Palermo, venne inviata a Pietraperzia, la terra natale del bandito, per essere appesa nell'alto della prigione: tale era il costume dei tempi.
Non s’arrestò qui l'opera del Vicario Generale.
Proseguendo nelle ricerche, riuscì ad ottenere la cattura degli altri fuorusciti, e 21 ne mandò a Palermo, il 12 Marzo, perché fossero giudicati e condannati.
Giuseppe Lanza di Trabia, marchese di Barrafranca, a ricompensa dei propri meriti fu promosso pretore di Palermo e insignito del cordone di S. Gennaro.
Si sono fatti dei commenti e riflessioni su Denis Mack
Smith, il quale afferma che in Sicilia il bene pubblico era un’espressione priva
di senso e che questa era una specie di società tribale, evidenziando una frase
del Villabianca che definiva con orgoglio che la popolazione
“vendicatrice degli oltraggi fino a sprezzar la vita”.
Dalle riflessioni è emerso che vero è che i Siciliani sono un po’ individualisti, retaggio greco, ma nulla ci fu in quel periodo di diverso che in qualsiasi altra regione europea.
Lo spirito dei Siciliani è quello dei pazienti, ma dei fieri di sé, e, così reagirono ai torti dei Francesi col Vespro, e spesse volte in altre occasioni.
Altro punto discusso è stato il non capire perché nel territorio di Leonforte, che è posto in mezzo a Regalbuto ed Enna, non si ebbero molestie da parte delle bande del Testalonga, pur essendo città, tra l’altro, infeudata a un Branciforti, fra l’altro cognato del principe Branciforti di Butera.
Probabilmente ci furono delle divergenze sull’eredità di Nicolò Placido II, principe di Leonforte e di Bufera ed Ercole Branciforti, erede al principato di Leonforte potè dare un tacito appoggio ai banditi.
Nino Pisciotta
(Pubblicato sul n° 3 Anno 19 Settembre - Dicembre 2002)
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