E’ appena sceso il sipario sugli esami conclusivi di Stato che per la prima volta hanno visto le commissioni formate dagli stessi docenti che nell’ultimo anno hanno svolto le lezioni ai candidati.
Unico componente estraneo per tutte le commissioni di una stessa scuola, è stato il presidente al quale però è stato essenzialmente affidato il compito di organizzazione e di garanzia per un regolare svolgimento delle prove sottraendogli la possibilità, nella maggioranza dei casi, di una partecipazione a tutti i momenti delle operazioni e di una conoscenza diretta dei candidati e del loro livello di preparazione: il presidente spesso, oltrechè orientare le commissioni in alcune scelte (terza prova, conduzione del colloquio) e nei criteri di valutazione, si è dovuto limitare a fare il notaio rispetto a quanto deciso dai commissari.
La novità è comunque stata quella molto discussa e su cui certamente ancora di discuterà, di un esame ancora considerato importante, che non viene più affidato ad “una agenzia esterna” ( già dall’a.s. 1998/99 i commissari esterni erano solo tre su sei) ma che viene condotto dagli stessi docenti che da più anni conoscono i candidati. Una prima affrettata statistica ci dice che pur rimanendo nelle scuole statali alto il numero dei licenziati ( circa il 95%) si deve registrare un leggero calo dei risultati positivi: ciò può far pensare che le commissioni hanno saputo ben valutare non solo in relazione alle prove degli esami ma anche in base alla conoscenza che avevano già dei candidati.
Rimane un problema ed un interrogativo di fondo: qual è esattamente il compito che la normativa affida alle commissioni a fronte del fatto che i docenti sono gli stessi che qualche settimana prima, durante lo scrutinio finale, hanno già espresso una valutazione? L’esame risponde soltanto ad un’esigenza formale di legalizzazione dei risultati dal momento che la Costituzione impone il riconoscimento soltanto ai titoli conseguiti attraverso gli esami di Stato?
In realtà l’impianto degli esami risponde all’esigenza di verificare e di valutare non tanto le conoscenze acquisite, bensì ciò che durante l’anno scolastico non è stato possibile verificare: le competenze dei candidati nell’affrontare prove come il terzo compito scritto e soprattutto il colloquio orale che dovrebbero evidenziare le abilità nel padroneggiare argomenti di studio nell’ambito di un contesto pluridisciplinare superando quindi la divisione dei saperi. Qui in alcuni casi è emersa la difficoltà dei commissari abituati a considerare e ad esperire i vari segmenti dei saperi in modo separato e quindi non sempre capaci di gestire il colloquio salvaguardando la sua natura pluridisciplinare: il colloquio è stato a volte trasformato in una serie e in una somma di interrogazioni disciplinari. La dove ciò è accaduto è venuto meno il “senso” dell’esame ridando legittimità e diritto di cittadinanza agli interrogativi di cui prima.
Diventa a questo punto necessario riproporre ai docenti percorsi di formazione sugli esami di Stato, già avviati nell’a.s. 1998/99 e poi interrotti, che consentano un approfondimento delle problematiche, una conoscenza puntuale della normativa e l’acquisizione di strumenti professionali più adeguati.
GiovanBattista Puglisi
(Pubblicato sul n°1/2 Anno 19 Gennaio - Agosto 2002)
![]() |
|
|