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UN APPELLO PER RICOSTRUIRE LA STORIA NELLE SCUOLE

Sollecitato dall’intervento fatto dall’insegnante Nino Pisciotta in questo giornale esprimo il mio pensiero su quanto ritengo si debba fare per redigere assieme una storia regionale. La nostra associazione ed il nostro giornale sono nati nella prospettiva di far circolare all’interno della scuola siciliana un discorso su come combattere la mafia attraverso l’educazione alla legalità. Ma, come accade nei casi umani, automaticamente questo tema passa nel campo storico, nella memoria da cui si richiedono legittimità, verità, testimonianza su quanto vogliamo fare oggi contro l’onorata società.

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 Del resto il territorio che ogni scuola deve conoscere, come spazio geografico e storico che ci aiuti a definire la natura dei nostri alunni e magari di noi stessi, è fatto di storia travasata poi in costumi, mentalità, comportamenti. Così fare la storia del proprio paese è un atto necessario a definire la forma di educazione più pertinente al vantaggio dei nostri discenti. Del resto gli studi degli antropologi Blok e Scheneider* su alcuni villaggi siciliani sono lì a dimostrarci la validità di questa ricerca storica nei confronti della loro identificazione. Quindi suggeriamo ai colleghi, a tutti i colleghi, di adoperarsi al fine di scrivere una storia del loro paese. Non si tratterà di scrivere tomi, come sta facendo per Prizzi il prof Fucarino, ma dei profili storici dei loro centri. Serviranno queste pagine ai loro colleghi, ma potranno servire a tutti, se ci adoperassimo a stabilire un percorso comune, come quello che vi proponiamo: una ricerca di quello che accadde nei vostri centri al tempo della rivoluzione del 1860.

I motivi di questa scelta sono:

     

  1. Il 1860 è uno di quei momenti in cui la Sicilia espresse la volontà di uscire dalla sua staticità nella prospettiva di darsi un mondo migliore.
  2. Quest’anno e quelli immediatamente successivi furono connotati da una forza rivoluzionaria e dalla sua strozzatura operata dalla piemontizzazione e da chi in Sicilia appoggiava questa operazione in difesa dei propri interessi presenti e futuri antidemocratici.
  3. E’ questo il momento in cui la mafia esce dal mondo sotterraneo nel quale la tenevano i Borboni, per trovare gli spazi alla sua espansione attraverso la politica.
  4. In questi mesi è dato riscontrare l’assetto politico-sociale che si stabilizzerà per tanti anni a venire nei vari centri della Sicilia.
  5. Proprio negli avvenimenti che si svolgeranno in quegli anni si potranno leggere i contrasti fortissimi fra gli interessi siciliani, gli interessi del Piemonte e quelli dell’Italia conservatrice o reazionaria dopo.

Da qui, tanto per essere più espliciti su questo punto, l’operazione condotta da Crispi di tagliare dalla visibilità e dalla cronaca il grosso contributo della gente siciliana alla vittoria e di fare emergere il protagonismo dei garibaldini e specialmente di Garibaldi col risultato di inficiare le nostre rivendicazione autonomistiche.

Quello che accadde a Bronte non è un caso eccezionale. Si verifica in tanti altri paesi siciliani, e, pertanto significa quello che non intende l’Abba nell’ incontro con frate Carmelo: i nemici della gente siciliana non sono tanto i Borboni, quanto i baroni che affamano la povera gente, a cui la libertà e la scuola non daranno nulla in più di quello che non hanno mai avuto. E per gli intellettuali come l’avvocato Lombardo di Bronte e per i contadini poveri, Garibaldi significava proprio questo: la rottura di un sistema di potere insopportabile. Non furono compresi da nessuno. Ma avvenne di peggio: furono considerati, anche secondo le testimonianze garibaldine da Abba a Bixio, dei barbari colpevoli di lesa umanità, sono parole di Bixio, e come tali combattuti e condannati. Ma era così poco barbara la loro disperata lotta, che nonostante la sconfitta, la Sicilia fu la regione che più di ogni altra resistette alla colonizzazione dei piemontesi con una serie di rivolte che non hanno l’eguale in nessuna parte del mondo: quella di Tusa, di Castellammare, la renitenza alla leva, il Sette e mezzo a Palermo nel 1866, i Fasci Siciliani fra il 1893 ed il 1895. Esse rappresentano la continuazione della crisi del 1860, non certamente, come afferma la storiografia ufficiale, l’esplosione della solita barbarie

siciliana da castigare col ferro e col fuoco. La stessa difesa che si fece del dialetto fu una manifestazione di questa resistenza. Con questa operazione del silenzio sul contributo siciliano alla regione e di apertura di spazi alla mafia sino alla pattuizione infame di uno scambio d’interessi fra essa ed i governi reazionari o moderati ai danni della Sicilia e del suo sviluppo, fu spenta un po’ alla volta la fiamma del 1860 in Sicilia che portò Garibaldi sino al Volturno, mentre prima era stata per tutti, compreso il Mazzini, la regione più rivoluzionaria d’Italia dal 1820 sino al 1860. E forse questo bagno nelle origini restituirà orgoglio e dignità ad anime offese ed umiliate. Questo percorso è più facile individuarlo nelle storie locali perché in tanti centri siciliani, vi sono sommosse, protagonisti, comitati, guerriglie, contrasti per il dominio comunale, nomi e cognomi, piazze, vie intitolate ad interpreti di queste vicende, e monumenti che li ricordano, archivi, biblioteche, tradizioni, poesie e canti, cronache locali, storia orale. Tante volte le stesse famiglie che dominavano in quei comuni allora, hanno una discendenza che continua a gestire questo potere. E tutto questo rappresenta un bene culturale incalcolabile da utilizzare per tanti fini: conseguire una memoria storica complessiva che serva a conferire identità al paese, contribuire a definire la natura del territorio, a restituire alla gente il senso vivo delle sue migliori tradizioni per attingervi chiarezza e forza in funzione di un cammino nuovo verso la modernizzazione, a fare emergere una rappresentazione del proprio sommerso storico agli stessi fini di uno sviluppo turistico.

Ma l’obiettivo più importante è quello di consentire alla nostra associazione ed al nostro giornale di farsi collettori di tante storie locali, di sintetizzarle in linee essenziali, di produrre una storia che serva a capire il presente, meglio di quanto non possa aver fatto nel passato una storia retorica e falsa. Faremo, infatti, una storia siciliana alternativa, un’antistoria, una vera storia che serva alla formazione di un autentico cittadino siciliano, e quindi italiano perché, contrariamente a quello che in superficie si avverte, non si può divenire cittadino italiano, senza essere stato a fondo un cittadino che combatte da siciliano negli interessi della Sicilia, contro coloro che difendono quelli personali, camuffandoli come interessi nazionali: una storia scritta dagli educatori, rilevata dalle comunità. I docenti che vogliano partecipare a questa iniziativa sono invitati a dare comunicazione del loro progetto al nostro giornale.

Vito Mercadante

 *Anton Block “ La mafia di un villaggio siciliano” EINAUDI 1986, S.E P. Scheineider “Classi sociali, economia e politica in Sicilia” RUBBETTINO EDITORE 1986

    (Pubblicato sul n°3 Anno 18  Settembre - Dicembre 2001)

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