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In quale serie giocherà la scuola siciliana?

  Riprendo volutamente nel titolo di questo articolo — sostituendo solo il termine scuola a quello università — il titolo del saggio introduttivo scritto qualche mese fa per il volume “L’abbandono dell’Università in Sicilia” da me curato per l’editore Sciascia. Volutamente a indicare l’esistenza di un problema generale del sistema formativo siciliano in tutti i suoi livelli, seppur con le specificità che richiedono per vari aspetti trattazioni separate ma con rilevanti dimensioni di connessione e continuità, appunto di sistema (e dando per scontata all’interno del sistema l’esistenza di isole felici, di zone di eccellenza, di esperienze pregevoli che si configurano come eccezioni e non come regola).

 Sottolineare in questo momento la questione, non nuova ed anzi tradizionale, acquista un senso politico particolare in presenza della linea di tendenza — ancora indeterminata nei contenuti ma probabilmente irreversibile nei principi — verso un consistente trasferimento di funzioni dal centro (Stato) alla periferia (Regioni) in materia di istruzione come in varie altre.

 E non può allora non venir subito alla mente come in particolare la Regione Sicilia abbia storicamente avuto nel campo dell’istruzione specifici e più ampi poteri che non ha sostanzialmente correlato restando anzi indietro anche rispetto alle attribuzioni normali; esser rimasta da molti anni l’unica Regione senza una legge Diritto allo studio — legge essenziale nella configurazione di un sistema formativo — è cosa che già da sola dice molto.

 Certo, il futuro non è destinato a ripetere senz’altro il passato; ma per non ripetere è necessario che molte cose cambino.

 Da un lato ovviamente nelle forze politiche di cui è facilmente documentabile la mancanza d’interesse e di progettualità rispetto al sistema scolastico, come nel volume sopra citato Romolo Menighetti ha fatto per i rapporti Regione-Università. Ma dall’altro lato è necessaria una radicale autocritica da parte del mondo della scuola.

 Non è facile capire perché un sistema formativo che nel suo complesso (scuola-università-formazione professionale) coinvolge tra operatori e utenti percentuali quasi plebiscitarie della popolazione pesi così poco, venga appunto snobbato dalla forze politiche, non riesca ad avere una presenza continuativa ed incisiva nei canali della comunicazione sociale (con un notevole regresso ad anni passati per chi ricordi le pagine scuola del vecchio L’Ora e del Mediterraneo, le trasmissioni televisive di Barreca e D’Eredità ecc.). Vi è certo un delicato problema generale di immagine, dimostrato da molte ricerche: scuola, dirigenti o insegnanti non godono di grande considerazione e fiducia sociale, in particolare dalla propria utenza.

 Darsi il riferimento europeo è giusto e progressivamente inevitabile ma esso non può riguardare solo qualche parametro (stipendio) mettendo fra parentesi tutto il resto perché così si nega appunto la dimensione di sistema; se si vuole configurarsi a tutti gli effetti come scuola europea bisogna farne propri tutti gli aspetti, sapendo che questo non è indolore. Ma c’è un altro elemento fondamentale da considerare, che spiega anche l’accennata debolezza politica e che non è conseguenza dell’autonomia perché tradizione ad essa antecedente: vivere isolatamente da parte delle singole scuole, presentarsi all’incontro politico (Regione, Enti Locali) in vesti precarie (prex: preghiera).

 Ci sono ovviamente anche qui eccezioni ma con tutto il rispetto di scarso peso: di “sistema formativo” in questo senso non si può proprio parlare.

 In sintesi conclusiva la scuola siciliana può aspirare a giocare nelle serie superiori ma a tal fine sono indispensabili cambiamenti che certo non verranno da soli né possono essere solo invocati.

Giovanni Cacioppo  

 (Pubblicato sul n°3 Anno 18  Settembre - Dicembre 2001)

 

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